Nomentum
| Nomentum | |
|---|---|
| Civiltà | Latina e romana |
| Utilizzo | Città |
| Epoca | Dall'età arcaica all'alto medioevo |
| Localizzazione | |
| Stato | |
| Comune | Mentana |
| Scavi | |
| Data scoperta | 1906 |
| Date scavi | 1888, 1949, 1969-1970, 1982, 2007-2009 |
| Organizzazione | Soprintendenza archeologica del Lazio; Accademia di Danimarca |
| Archeologo | Rodolfo Lanciani, Domenico Faccenna, Corrado Pala |
| Mappa di localizzazione | |
| |

Nomentum fu una città del Lazio antico i cui resti si trovano nella frazione di Casali, nel comune di Mentana, al chilometro 21,5 circa della via Nomentana. L'abitato occupava la collina di Montedoro, sede dell'arce, e la sottostante sella del Romitorio, dove sorgeva il foro.
Le fonti antiche oscillano fra un'attribuzione latina e una sabina, riflesso della posizione della città al confine fra le due aree; gli studi recenti propendono per un ethnos latino. Sottomessa definitivamente da Roma nel 338 a.C., ricevette la civitas optimo iure e divenne municipio retto da un dittatore annuo. In età imperiale il suo territorio fu rinomato per la produzione vinicola. Sede episcopale attestata dal V secolo, conobbe la crisi definitiva fra l'800 e una data compresa fra il 984 e il 1058, mentre l'abitato si spostava gradualmente dove sorge oggi Mentana.
Localizzazione
[modifica | modifica wikitesto]I resti della città si trovano nella frazione di Casali, circa 1,5 km a sud di Mentana, all'altezza del chilometro 21,5 della via Nomentana. La Tabula Peutingeriana colloca Nomentum a quattordici miglia da Roma, mentre gli Annales Laurissenses, ricordando all'anno 800 l'incontro fra papa Leone III e Carlo Magno, indicano il dodicesimo miglio (apud Nomentum, duodecimo ab Urbe lapide).[1][2]
L'area urbana si estendeva fra la collina di Montedoro, l'altura dominante, la sella del Romitorio e la collina dell'Ara Cacamele, ed era delimitata dal fosso Trentani a ovest, dalla collina dell'Immaginella a nord, dall'attuale via delle Molette a est e da Montedoro a sud.[1][3]
La maggior parte degli studiosi ha identificato in passato Nomentum con l'odierna Mentana. L'esatta ubicazione fu intuita già nel 1550 da Mariano Vittori, che sulla base dei resti allora visibili lungo la via Nomentana collocò la città fra Monte Gentile e l'abitato moderno; la sua impostazione fu ripresa e perfezionata da Bernard Capmartin de Chaupy nel 1767 e da Pasquale Cayro nel 1816. All'inizio del Novecento Thomas Ashby ritenne poco probabile la collocazione presso Casali, mentre Roberto Paribeni la ripropose sulla base dei nuovi ritrovamenti. Dopo una nuova proposta di Salvatore G. Vicario nel 1967, l'ubicazione fu provata in via definitiva da Corrado Pala nel 1976, sulla base delle evidenze archeologiche e di una nuova valutazione delle distanze riportate dalla Tabula.[1]
Le fonti antiche e la questione dell'ethnos
[modifica | modifica wikitesto]La posizione di Nomentum, periferica rispetto al Latium vetus e prossima al confine con la Sabina, si riflette nell'incertezza delle fonti antiche, che la dicono alternativamente latina o sabina. Nessun testo depone direttamente a favore di un'origine sabina, ma tutti gli autori che ne trattano mostrano di nutrire dubbi sull'argomento.
Per Dionigi di Alicarnasso era una colonia di Alba Longa fondata in territorio sabino, insieme a Fidenae e Crustumerium, da tre fratelli.[4] Virgilio la considera anch'egli una colonia albana, ma la enumera poi fra gli oppida dei Sabini nel catalogo dei combattenti.[5] Strabone la colloca al confine meridionale della Sabina, senza chiarire se la considerasse compresa in quella regione oppure esterna; poiché indica espressamente come sabina la vicina Eretum, è probabile che ritenesse Nomentum latina.[1] Livio, nel racconto delle campagne di Tarquinio Prisco contro i Prisci Latini, elenca Nomentum fra le città espugnate insieme a Corniculum, Ficulea Vetus, Cameria, Crustumerium, Ameriola e Medullia, senza specificarne l'ethnos.[6] Plinio, da ultimo, riferisce la città alla prima regione augustea (Latium et Campania) ma include i suoi abitanti nella quarta (Sabini et Samnium).[7]
La compresenza dei due elementi negli autori antichi non è stata letta come un'incoerenza, ma come il riflesso di una tradizione realmente discorde, dovuta in parte alla posizione di confine della città e in parte al ruolo politico da essa rivestito, di volta in volta, in favore dei Latini o dei Sabini. Gli studi recenti propendono per un ethnos latino, pur riconoscendo che la città fu quasi certamente iscritta nella quarta regione: si tratta infatti di un'area in origine parte integrante dell'unità latino-falisca, in seguito spezzata dalla progressiva occupazione sabina.[1][3]
Storia
[modifica | modifica wikitesto]La tradizione attribuisce a Tarquinio Prisco la sottomissione di Nomentum, nel quadro dell'espansione dei re di Roma sul Lazio. La città non compare però fra i membri della lega latina che faceva capo al santuario di Aricia, stando all'elenco tramandato da Prisciano e riferibile a una situazione del VI secolo a.C.: è probabile che vi abbia aderito solo nel V secolo.[1]
Nel 435-434 a.C. non prese parte alla rivolta etrusca contro Roma; anzi, secondo Livio, fu proprio a poca distanza dalla città che i Romani sconfissero Fidenati e Veienti.[8]
Nel 338 a.C. si unì invece alla ribellione delle città latine e, sconfitta, fu annessa in via definitiva al territorio romano. Ricevette allora la civitas optimo iure e divenne un municipio retto da un dittatore annuo, magistratura rinnovabile che costituiva la carica cittadina più alta e che a Nomentum è attestata da alcune iscrizioni; sotto di essa si collocavano l'edilità e la prefettura giusdicente.[9][1] Fu ascritta a una delle tribù vicine, forse la Cornelia, anche se le tribù ricordate nelle iscrizioni nomentane restituiscono un quadro eterogeneo.[1]
Il periodo di maggiore sviluppo si colloca fra il I secolo a.C. e il II secolo d.C. L'organizzazione dello spazio forense, con la lastricatura della piazza, è riferita al II secolo a.C., mentre dal I secolo a.C. si registra un'intensa attività costruttiva nel territorio circostante, con numerose villae rusticae e cisterne. Nel II secolo la res publica Nomentanorum dedicò all'imperatore Adriano un'iscrizione datata al 136 per il restauro di alcuni edifici sacri della città.[10][1]
L'attestazione epigrafica di un quaestor alimentorum colloca Nomentum fra i centri interessati dal programma assistenziale degli alimenta di età traianea. La concentrazione di queste testimonianze nell'Italia centrale è stata spiegata con la vicinanza a Roma e con le esigenze di approvvigionamento della capitale, ma anche letta come una spia della lenta crisi dell'agricoltura italica.[1][11]
A partire dal III secolo si avvia un declino che si traduce in una progressiva riduzione del numero delle ville. Nel settore suburbano immediatamente a ovest della via Nomentana il processo appare graduale: nel IV secolo sopravvivono quasi tutti gli insediamenti, benché profondamente mutati per funzione e dimensioni, mentre la cesura decisiva per l'occupazione delle campagne cade intorno alla metà del V secolo, dopo il quale il declino non conosce inversioni.[12]
Il territorio
[modifica | modifica wikitesto]La ricostruzione dei confini dell'ager Nomentanus è resa difficile dalla scarsità di appigli nelle fonti antiche e dalle incertezze che riguardano la topografia dei centri limitrofi. Il limite settentrionale è stato individuato nel bacino del fosso della Fiora e del fosso della Bufala, corsi paralleli che in epoca classica attraversavano una zona paludosa e a tratti scoscesa, superabile soltanto dove passavano la via Salaria e la via Nomentana; a ovest il territorio arrivava al Tevere e comprendeva l'area dell'odierna Monterotondo, a est confinava con quello di Tibur lungo i Monti Cornicolani, a sud con quelli di Fidenae e Ficulea.[13] Nel territorio nomentano Strabone colloca le sorgenti solfuree delle Aquae Labanae.[1][13]
In età imperiale la campagna nomentana fu celebrata per la sua fertilità e per la qualità della produzione vinicola da Plinio, Columella, Marziale e Properzio.[1] Le fonti letterarie ricordano nel territorio fondi appartenuti a Attico, al grammatico Remmio Palemone e a Seneca: secondo Plinio, Remmio Palemone ricavò in età claudia un profitto notevole da una vigna acquistata a basso prezzo, che Seneca comprò poi per il quadruplo della cifra pagata da lui un decennio prima.[14][15]
L'abitato
[modifica | modifica wikitesto]L'impianto urbano sfruttava la morfologia dei luoghi: la collina di Montedoro, che è l'altura dominante, ospitò l'arce, mentre la sottostante sella del Romitorio accolse il foro e la vicina collina dell'Immaginella una delle necropoli.[3]
La crescita di Casali dal 1945 in poi, con i relativi sbancamenti, ha distrutto o nascosto gran parte dell'area forense. Il foro era orientato probabilmente da nordest a sudovest ed era racchiuso in larghezza fra il pendio del fosso Trentani, a ovest, e quello di Valle Cavallara, a est. Ritrovamenti occasionali degli anni settanta del Novecento hanno intercettato parte della pavimentazione della piazza, in lastroni di pietra calcarea; alcuni basoli calcarei fanno inoltre pensare che la via Nomentana tagliasse a metà lo spazio forense, come avviene in altre città romane.[1][3] La lastricatura della piazza è stata riferita al II secolo a.C., con una continuità d'uso che si sarebbe protratta fino al VI secolo d.C.[10]
Sulla sommità di Montedoro si conservano tratti di cinta muraria, in blocchi di tufo disposti in opera quadrata. Corrado Pala le datò al IV secolo a.C. e ricostruì una cinta che circondava interamente la collina per fiancheggiare poi i lati nordovest e sudest del foro; gli scavi Santangelo le collocano invece fra la fine del IV e l'inizio del III secolo a.C., e gli studi più recenti, sulla base di indagini condotte dalla Soprintendenza all'inizio degli anni settanta e mai pubblicate per intero, ritengono che la cinta non circondasse l'intero centro urbano ma soltanto l'arce.[3][1]
Nel giardino di Villa Dominedò, che si affaccia sul lato meridionale del foro, si conserva la tomba a camera detta del Romitorio, unico monumento della città antica arrivato intatto fino a noi. Ha una cella rettangolare preceduta da un dromos, con pareti e copertura a doppio spiovente in lastroni di pietra calcarea, ed è datata alla metà del IV secolo a.C. oppure alla fine del V. Sulla parete di fondo si riconoscono deboli resti di un dipinto con la Vergine e il Bambino, che attestano il reimpiego della struttura in età cristiana: sopra il monumento sorgeva una cappella, documentata dal 1570, i cui resti rimasero visibili fino al 1930.[1][13]
Fra il 2007 e il 2009 l'Accademia di Danimarca ha condotto tre campagne di scavo nell'area di Villa Dominedò, che occupa probabilmente i resti del foro.[1][13]
Le necropoli
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Le testimonianze funerarie più antiche provengono dalla località Quarto della Conca, a sudovest della città, dove negli anni venti del Novecento furono scoperte fortuitamente due tombe, note soltanto attraverso la descrizione dei corredi ceramici; per la stessa località Corrado Pala segnala il rinvenimento di altre due tombe, con materiali datati rispettivamente alla seconda metà dell'VIII e al VII secolo a.C. All'ultimo quarto del VII secolo a.C. risale invece il ricco corredo di una tomba a cassa scoperta casualmente lungo la via Nomentana a nordest della città, comprendente anche kylikes e oinochoai di bucchero.[1]
Le due principali aree sepolcrali si disponevano lungo la via Nomentana, una a nordest in località Immaginella e l'altra a sudovest, in direzione di Roma; in base ai reperti rinvenuti occasionalmente entrambe risultano utilizzate a partire dal II secolo a.C.[1]
L'area dell'Immaginella è la meglio documentata. Ai primi anni del Novecento risale uno scavo che vi individuò sei sepolcri allineati lungo una strada, dei quali restavano le sole fondazioni in blocchi di travertino, essendo gli alzati già stati asportati in antico, forse per reimpiegarne i materiali nella Mentana medievale; in uno di essi furono rinvenuti cinque cinerari, tre tabellae defixionis e alcune monete bronzee di Claudio e Domiziano, che costituiscono un termine ante quem per almeno una parte dei sepolcri.[1][13]
All'area meridionale appartiene il sepolcro detto la Torricella, in cima a un modesto rilievo al chilometro 19,600 della via Nomentana, riutilizzato in epoche successive come torre di avvistamento e poi come ricovero per il bestiame. Ne resta il nucleo in calcestruzzo a pianta circolare, con due ingressi che introducono a due ambienti sovrapposti; le pareti esterne erano probabilmente rivestite di blocchi marmorei. La tipologia del monumento ne colloca la costruzione fra la fine del I secolo a.C. e il II secolo d.C. Nella stessa zona sono state rinvenute due are sepolcrali identiche per dimensioni e apparato decorativo, appartenenti al liberto imperiale T. Flavius Delphicus, che attestano l'esistenza di un suo possedimento nel territorio.[1]
Un ulteriore sepolcreto, in uso fra il I secolo a.C. e il III d.C., si estendeva più a nord, in località Tor Mancina, lungo la via Nomentum-Eretum, e costituisce oggi un'area archeologica visitabile.[10]
Epigrafia e culti
[modifica | modifica wikitesto]La documentazione epigrafica nomentana, raccolta in un catalogo pubblicato nel 2007 e aggiornato nel 2016, costituisce la principale fonte di informazione sulla vita del municipio, e in particolare sull'ordinamento cittadino, sui culti e sulla società.[1][13]
Al Romitorio, cioè nel cuore dell'insediamento antico, si concentra la maggior parte delle attestazioni di carattere sacro. Vi doveva sorgere un tempio della Bona Dea, divinità agraria italica il cui culto era riservato alle donne: allo scavo condotto nel 1949 nell'area forense si riferiscono infatti i frammenti di due mensae circolari votive dedicate alla dea, il cui testo ricorda il dono, insieme alla mensa, di tre sedes, un tipo di arredo che nelle iscrizioni compare quasi esclusivamente nei luoghi di culto a lei consacrati.[16][13] L'esistenza del santuario è confermata da una lastra marmorea rinvenuta negli anni sessanta del Novecento presso la collina di Montedoro, con cui la res publica Nomentanorum onorava nel 136 l'imperatore Adriano; sullo spessore del lato sinistro è inciso il nome della Bona Dea, a indicare l'edificio cui l'iscrizione era destinata.[1][16]
Al Romitorio è stata rinvenuta anche un'ara dedicata a Vulcano da P. Pacilius Zenon Laetus, notabile che nel corso del I secolo d.C. giunse alla dittatura al termine di un percorso di cariche civili e religiose; il ritrovamento ha permesso di attribuire a Nomentum, e non alla vicina Ficulea, una seconda iscrizione dello stesso personaggio, che ricorda il restauro a sue spese di un tempio di Fortuna e Vittoria.[1]
Altre iscrizioni attestano culti di Ercole, di Dite Padre, di Iside e Serapide e della Magna Mater, mentre tre frammenti di rilievi documentano la diffusione del mitraismo nel territorio.[1]
Un santuario extraurbano sorgeva probabilmente sulla collina di Vigna Santucci, a nord della città, dove uno scavo del 1982 ha restituito elementi architettonici di età augustea e un rilievo marmoreo con la raffigurazione di un toro condotto al sacrificio da un vittimario.[1][10]
La viabilità
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La via Nomentana entrava in città all'altezza dell'attuale inizio dell'abitato di Casali, passando a est del tracciato moderno, e ne attraversava il foro lungo la linea mediana con un percorso rettilineo. Un secondo asse si distaccava dal lato sudorientale della piazza e, costeggiando la collina dell'Ara Cacamele e seguendo il tracciato oggi occupato da via delle Molette, raggiungeva Tibur; un terzo, a ovest, seguiva il fosso Trentani e la Valle Ricca fino a innestarsi sulla via Salaria.[1][3]
Oltre l'abitato la Nomentana proseguiva in due diramazioni: una diretta a nordest verso la Sabina, detta via Reatina, e l'altra, chiamata ancora Nomentana da Strabone, che si ricongiungeva alla Salaria presso Eretum. Quest'ultima, percorrendo gli ultimi tre chilometri parallelamente alla Salaria, ne costituiva un'alternativa quando le piene del Tevere allagavano la Piana Tiberina. Se ne conservano vari tratti, il più esteso dei quali, in località Tor Mancina, è stato messo in luce per circa 140 metri: la strada è lastricata in basoli di calcare locale, con una carreggiata di circa quattro metri delimitata da un cordolo di pietre calcaree e gomphi per la salita a cavallo, e la sua pavimentazione risale alla prima metà del I secolo a.C.[10][3]
Il tracciato è più antico: la denominazione originaria della via era Ficulensis, dal nome della vicina Ficulea, e tratti della strada di età arcaica e medio-repubblicana sono stati individuati nel suburbio di Roma, fra il chilometro 9,700 e il 10,300.[1][17]
La diocesi e la fine della città
[modifica | modifica wikitesto]Il cristianesimo si diffuse precocemente nel territorio: la diocesi nomentana è ritenuta anteriore al V secolo, ed è attestata per la prima volta nel 415 con il vescovo Ursus, menzionato in una lettera con cui papa Innocenzo I richiamava Florentino, vescovo di Tibur, per aver violato i confini della propria diocesi a danno di quella nomentana.[18][2] Il santuario martiriale di Sant'Alessandro, sulla via Nomentana, dipendeva dalla diocesi di Nomentum dagli inizi del V secolo, e il cimitero annesso fungeva da sepolcreto ufficiale per le comunità nomentana e ficulense, che vi seppellirono i propri vescovi.[12] Una fonte tarda, la Passione dei santi Primo e Feliciano, riferisce che i due subirono il supplizio sotto Diocleziano e indica fra i luoghi dell'esecuzione un anfiteatro cittadino, di cui non si conosce l'ubicazione.[1]
Secondo una tradizione consolidata la città sarebbe stata distrutta definitivamente nel 741 dal re longobardo Liutprando, con conseguente trasferimento dell'abitato in una posizione più facilmente difendibile. Il dato è però discusso. Il territorio nomentano subì effettivamente a più riprese le incursioni longobarde in un arco compreso fra il 726 e il 741, oltre a quelle dei duchi di Spoleto, ma non al punto di essere annientato: quando Liutprando restituì al papa le terre della Sabina, Nomentum risultava uno dei pochi centri sopravvissuti. L'ipotesi di una rifondazione su un'altura difendibile poggia dunque sul presupposto indimostrato della distruzione, e il passaggio da un centro all'altro fu probabilmente graduale e non è databile con precisione.[18][2]
Prima del Natale dell'800 papa Leone III scelse il territorio nomentano per accogliere Carlo Magno alla vigilia dell'incoronazione imperiale; i due banchettarono insieme e il futuro imperatore vi trascorse la notte.[18] Dopo quell'episodio il nome della città ricorre soltanto in relazione ai suoi vescovi suburbicari, fino al 984, quando le sedi nomentana e foronovense furono unificate in un'unica diocesi della Sabina. Nel 1058 Nomentum figura come poium, cioè villaggio, dell'abbazia di San Paolo fuori le mura. La crisi definitiva della città si colloca dunque fra l'800 e una data compresa fra il 984 e il 1058, mentre l'abitato si spostava là dove sorge oggi Mentana.[18][2]
Storia degli scavi e dispersione dei reperti
[modifica | modifica wikitesto]Le prime ricerche sul terreno furono dettate dalla volontà di reperire materiali antichi per le residenze dei principi Borghese, padroni del feudo di Mentana dal 1655, che nell'Ottocento fecero eseguire scavi soprattutto nella zona del Romitorio e dell'Immaginella. Nel 1888, sempre per i Borghese, Rodolfo Lanciani condusse in località Torricella i primi scavi eseguiti con criteri scientifici, che portarono in luce un piccolo impianto termale tuttora non identificato.[1]
Nel marzo del 1949 la Soprintendenza indagò l'area del Romitorio: lo scavo, seguito da Domenico Faccenna, non fu mai pubblicato ed è noto attraverso gli appunti dell'archeologo e alcune fotografie d'archivio datate al 9 marzo, che documentano un lungo muro in grandi blocchi e i materiali recuperati, fra cui trapezofori, capitelli di lesene, lastre decorate e frammenti iscritti. Solo una parte dei reperti entrò al Museo nazionale romano; molti rimasero ai proprietari del fondo.[16][13] Fra gli interventi successivi si ricordano lo scavo di una villa rustica alle Pianelle nel 1969-1970 e quello del 1982 a Vigna Santucci.[1]
Al di là di questi casi, la maggior parte delle antichità nomentane è nota in seguito a ritrovamenti casuali avvenuti nel corso di lavori agricoli o di sterri edilizi, questi ultimi particolarmente consistenti a Casali a partire dagli anni settanta del Novecento. Gran parte del materiale è andata perduta, dispersa sul mercato antiquario o trattenuta da privati; le iscrizioni conservate fino al 1975 presso il Museo Antiquario di Mentana furono trafugate e si conoscono oggi soltanto attraverso la pubblicazione che ne era stata fatta.[1]
Un caso esemplare di questa vicenda è la villa del liberto di Adriano P. Aelius Hieron, individuata nel 1906 a Tor Mancina e scavata in pochi giorni da Giuseppe Tomassetti per conto dei Boncompagni Ludovisi, allora proprietari del fondo. Il rinvenimento più notevole fu l'architrave iscritto di un tempietto dedicato a Ercole, a lungo ritenuto perduto e riconosciuto nel 2016 a Roma, dove era stato reimpiegato come vasca di una fontana da giardino nel Casino Aurora.[15]
Il sito oggi
[modifica | modifica wikitesto]L'area della città antica è oggi in gran parte occupata dall'abitato di Casali, cresciuto a partire dal 1945, e i resti superstiti sono limitati: le mura in opera quadrata sulla sommità di Montedoro e la tomba a camera del Romitorio, unico monumento rimasto intatto, interrata nel giardino di Villa Dominedò. Il sepolcro della Torricella, lungo la via Nomentana, è in stato di abbandono.[1] Resta invece accessibile, più a nord, in località Tor Mancina, un tratto della via Nomentum-Eretum con il relativo sepolcreto, oggi area archeologica compresa nella Riserva naturale Macchia di Gattaceca e Macchia del Barco.[10]
I materiali provenienti da Nomentum sono dispersi in numerose sedi. Al Museo nazionale romano si conservano fra l'altro i frammenti delle mensae della Bona Dea e le tabellae defixionis dell'Immaginella; l'iscrizione dedicata ad Adriano si trova a Villa Adriana, l'ara di Iside e Serapide presso l'Accademia americana e un'ara della Magna Mater ai Musei Vaticani. Altri reperti sono a Mentana, presso palazzo Crescenzi e il Museo civico archeologico di Mentana e dell'agro nomentano.[1][10]
Note
[modifica | modifica wikitesto]- 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 Silvia Greggi, La documentazione epigrafica dell'antica Nomentum, in Annali dell'Associazione Nomentana di Storia e Archeologia, n. 8, 2007, pp. 22-87.
- 1 2 3 4 Silvia Cipolletta, La diocesi di Nomentum. Dalla tarda antichità all'altomedioevo, Viterbo, ArcheoAres, 2010, ISBN 978-88-96889-02-2.
- 1 2 3 4 5 6 7 Sara Paoli e Tiziana Sgrulloni, La via Nomentum-Eretum e il suo sepolcreto, Roma, Provincia di Roma, 2013.
- ↑ Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, II, 53.
- ↑ Virgilio, Eneide, VI, 773 e VII, 712.
- ↑ Livio, Ab Urbe condita, I, 38.
- ↑ Plinio, Naturalis historia, III, 64 e III, 107.
- ↑ Livio, Ab Urbe condita, IV, 22.
- ↑ Livio, Ab Urbe condita, VII, 14.
- 1 2 3 4 5 6 7 Tiziana Sgrulloni e Sara Paoli, L'area archeologica della via Nomentum-Eretum, in The Journal of Fasti Online, 2021, ISSN 1828-3179.
- ↑ Carmelo Calci e Zaccaria Mari, Via Tiburtina, in Suburbium. Il suburbio di Roma dalla crisi del sistema delle ville a Gregorio Magno, Roma, École française de Rome, 2003, pp. 175-209.
- 1 2 Francesco Di Gennaro e Francesca Dell'Era, Dati archeologici di età tardoantica dal territorio dell'Insula inter duo flumina, in Suburbium. Il suburbio di Roma dalla crisi del sistema delle ville a Gregorio Magno, Roma, École française de Rome, 2003, pp. 97-121.
- 1 2 3 4 5 6 7 8 Viviana Pettirossi, Aggiornamento al corpus epigrafico dell'antica Nomentum, in Annali dell'Associazione Nomentana di Storia e Archeologia, 2016.
- ↑ Plinio, Naturalis historia, XIV, 49-51.
- 1 2 (EN) T. Corey Brennan, The Discovery (and Rediscovery) of a Temple Dedication to Hercules by P. Aelius Hieron, Freedman of Hadrian (AE 1907, 125), in Hyperboreus, vol. 22, n. 2, 2016, pp. 322-336.
- 1 2 3 Maria Grazia Granino Cecere, Mense iscritte da Nomentum, in Giuseppina Ghini (a cura di), Lazio e Sabina 6, Roma, Quasar, 2010, pp. 81-87.
- ↑ Paola Filippini e Malgorzata Slaska, Suburbio nord-orientale fra le vie Nomentana e Tiburtina (V Municipio), in Suburbium II. Il suburbio di Roma dalla fine dell'età monarchica alla nascita del sistema delle ville (V-II secolo a.C.), Roma, École française de Rome, 2009, pp. 437-453.
- 1 2 3 4 Silvia Cavazzini, Da Nomentum a Lamentana (secoli VIII-X), in Salvatore G. Vicario (a cura di), Nomentum, Lamentana, Mentana, Roma, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, 1999, pp. 53-56.
Bibliografia
[modifica | modifica wikitesto]- Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane.
- Tito Livio, Ab Urbe condita.
- Plinio il Vecchio, Naturalis historia.
- (EN) T. Corey Brennan, The Discovery (and Rediscovery) of a Temple Dedication to Hercules by P. Aelius Hieron, Freedman of Hadrian (AE 1907, 125), in Hyperboreus, 22, 2, 2016, pp. 322-336.
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- Paola Filippini e Malgorzata Slaska, Suburbio nord-orientale fra le vie Nomentana e Tiburtina (V Municipio), in Suburbium II. Il suburbio di Roma dalla fine dell'età monarchica alla nascita del sistema delle ville (V-II secolo a.C.), Roma, École française de Rome, 2009, pp. 437-453.
- Maria Grazia Granino Cecere, Mense iscritte da Nomentum, in Giuseppina Ghini (a cura di), Lazio e Sabina 6, Roma, Quasar, 2010, pp. 81-87.
- Silvia Greggi, La documentazione epigrafica dell'antica Nomentum, in Annali dell'Associazione Nomentana di Storia e Archeologia, n. 8, 2007, pp. 22-87.
- Sara Paoli e Tiziana Sgrulloni, La via Nomentum-Eretum e il suo sepolcreto, Roma, Provincia di Roma, 2013.
- Viviana Pettirossi, Aggiornamento al corpus epigrafico dell'antica Nomentum, in Annali dell'Associazione Nomentana di Storia e Archeologia, 2016.
- Tiziana Sgrulloni e Sara Paoli, L'area archeologica della via Nomentum-Eretum, in The Journal of Fasti Online, 2021, ISSN 1828-3179.
- Corrado Pala, Nomentum, in Forma Italiae, regio I, XII, Roma, De Luca, 1976.
- Alessandro La Porta, Il territorio nomentano: primi risultati di una ricerca storico-topografica, in Annali dell'Associazione Nomentana di Storia e Archeologia, n. 3, 1997, pp. 7-34.
- Alessandro La Porta e Eugenio Moscetti, Nomentum. Storia e archeologia, in Salvatore G. Vicario (a cura di), Nomentum, Lamentana, Mentana, Roma, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, 1999, pp. 11-52.
- Lorenzo Quilici e Stefania Quilici Gigli, Ficulea, Roma, Consiglio Nazionale delle Ricerche, 1993.
- Eugenio Moscetti (a cura di), Perduti o dimenticati. I reperti archeologici di Nomentum, Monterotondo, 2007.
- Charlotte H. Steffensen, Birgit Tang e Christina Trier, Rapporto preliminare delle campagne di scavo del 2007-2008 nell'area di Nomentum (Mentana, Roma), in Giuseppina Ghini (a cura di), Lazio e Sabina 6, Roma, Quasar, 2010, pp. 69-74.
- Eugenio Moscetti, Tra Nomentum e Corniculum. 1985-2009. Venticinque anni di scoperte archeologiche, scavi e recuperi nel territorio nomentano, cornicolano e della Sabina romana, Monterotondo, 2012.
- Paolo Togninelli (a cura di), Tra Eretum, Nomentum e Crustumerium. Antiche modalità insediative nel territorio di Monterotondo, Roma, L'Erma di Bretschneider, 2013, ISBN 978-88-913-0473-5.
Voci correlate
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Collegamenti esterni
[modifica | modifica wikitesto]- Giuseppe Lugli, NOMENTUM, in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1934.
- Nomentum, su sapere.it, De Agostini.
- C. Pala, NOMENTUM, in Enciclopedia dell'Arte Antica, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1973.
- M. Bedello Tata, NOMENTUM, in Enciclopedia dell'Arte Antica, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1996.
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